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I Golden State Warriors guidati da Steph Curry sono diventati i campioni NBA forse più atipici della storia, ma lo sarebbero stati anche i loro rivali nelle Finals. Quei Cleveland Cavaliers che fra mosse di mercato e infortuni gravi avevano alla fine in campo soltanto un giocatore del teorico quintetto base di inizio stagione: certo, quel giocatore era LeBron James, ma al di là di alcune prove eroiche (i lunghi Thompson e Mozgov, più Dellavedova: un canadese, un russo e un australiano) i compagni erano di livello troppo modesto per essere trascinati oltre una onorevolissima sconfitta per quattro a due. Che diventa la quarta finale persa sulle sei disputate da quello che entrerà nella discussione sul più forte di sempre, generando intorno a lui ragionamenti calcistici. Per James l’anno del ritorno a casa, dopo la gloria di Miami, è da considerarsi comunque stra-positivo: questa stessa squadra con Irving sano e un’ala forte che si integri meglio di Kevin Love (magari lo stesso Love, ma con atteggiamento difensivo diverso) sarebbe già la naturale favorita per il titolo 2016.

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Il presente è però degli Warriors, la squadra che ha dominato la stagione regolare con Curry miglior giocatore della lega, che come a ribadire la loro atipicità hanno visto nominare MVP delle finali Andre Iguodala, quasi fino alla fine utilizzato da primo cambio. L’allenatore Steve Kerr, al suo anno d’esordio nella NBA (come del resto il collega avversario) deve proprio all’idea di mettere in quintetto a metà serie un’ala piccola come Iguodala, lasciando in panchina il centro Bogut e quindi estremizzando le caratteristiche della squadra (velocità, circolazione di palla, tiro, difesa attiva), l’uscita dalla brutta situazione in cui si era messo: sotto due a uno, con la quarta partita da giocare a Cleveland contro una squadra decimata ma entusiasta. Iguodala ha dato più atleticità e tirato anche sopra i suoi standard, costringendo i Cavs ad abbassare a loro volta il quintetto: David Blatt, l’allenatore di Cleveland e l’anno scorso trionfatore in Eurolega con il Maccabi Tel Aviv (parentesi: quest’anno nemmeno è arrivato nella finale del campionato israeliano), non aveva troppe alternative e nella seconda metà della serie la vittoria degli Warriors è apparsa quasi logica vista la differenza di freschezza. Iguodala diventa così il primo MVP delle Finals a non essere partito titolare in tutte le gare della serie, ma soprattutto diventa dopo trentacinque anni il primo ad esserlo diventato avendo in squadra l’MVP della stagione regolare. Ci era riuscito Magic Johnson con i Lakers 1980, avendo come compagno MVP Kareem Abdul-Jabbar.

Va detto che per una volta il premio è stato molto ‘tecnico’, fin troppo, perché dal punto di vista emotivo gli Warriors coincidono con Stephen Curry e il suo fisico fintamente normale, che di normale ha in realtà soltanto la statura. La sua capacità di alternare momenti da costruttore di gioco, sempre creativo, ad altri da risolutore in proprio delle situazioni più intricate (la costruzione del tiro da fuori usando soltanto il proprio palleggio, senza blocchi, è da cineteca) e l’integrazione con il quasi gemello Klay Thompson sono la summa del pensiero tattico di Kerr, abbastanza vicino a quello di Mike D’Antoni (suo allenatore a Phoenix, quando Kerr faceva il dirigente), citato nel dopo-garasei sia da lui che dall’assistente Alvin Gentry, ma non uguale. Le statistiche gli danno ragione: contando tutte le sei partite i quintetti con un centro di ruolo hanno chiuso con meno 17 di plus/minus, quelli senza con più 60. A completare la squadra Harrison Barnes, ala di rara pulizia tecnica nella NBA di oggi, e Draymond Green che spostato sotto canestro è stato l’anima della difesa di Golden State, il cui ultimo titolo risaliva esattamente a quaranta anni fa, all’epoca di Rick Barry.

Mai come in questo caso gli sconfitti sono usciti dal campo, dal loro campo (garasei si è giocata a Cleveland) con il massimo degli onori. Non è stata una riedizione delle Finals del 2007 contro gli Spurs, quando James pur avendo ugualmente una squadra di gregari (ma di livello superiore a quelli 2015), sbagliò completamente approccio. Il LeBron di adesso, ormai trentenne, è un tiratore di livello superiore, sa coinvolgere i compagni nel modo giusto, dà spesso il meglio sotto pressione e non esagera con gli isolamenti. Impressionante la sua resistenza, avendo giocato da uomo di riferimento 275 minuti dei 298 (da contare anche i supplementari di garauno e garadue) teoricamente possibili. Nei 23 minuti in cui è stato in panchina a rifiatare i compagni si sono esibiti in un 6 su 35 al tiro, senza nessun canestro da tre punti. Può bastare? Eppure questo campione che non rilascia dichiarazioni memorabili e ha una vita irreprensibile suscita ad ogni sua sconfitta (difficile comunque definire questa una ‘sua’ sconfitta) reazioni assurde da parte dei tanti ‘haters’ che in lui vedono l’incarnazione della NBA arrogante di oggi contro quella dei bei tempi andati. Una NBA che però piace, visto che le finali hanno negli USA con quasi 20 milioni di telespettatori di media battuto ogni record successivo all’era Jordan-Bulls.

Dal punto di vista delle emozioni l’eroe della serie è stato Matthew Dellavedova, playmaker più d’assalto che di costruzione (anche perché la palla era sempre in mano a LeBron) che da cambio di Irving è diventato quasi il leader di un gruppo che non ha voluto arrendersi all’evidenza degli infortuni e che adesso, a meno di non suicidarsi sul mercato, ha un ottimo futuro davanti a sé. Adesso però si festeggia in California, è il momento degli Warriors e di Curry, che la famiglia (moglie in attesa del secondo figlio, mamma scatenata, papà Dell ex ottimo giocatore NBA) ha seguito passo dopo passo in questa sua incredibile ascesa. Quel bambino di quattro anni che all’All Star Game 1992 guardava con aria sognante la meccanica di tiro di Drazen Petrovic e che ha dovuto nella NBA superare infortuni e pregiudizi sul suo fisico è diventato un’icona globale, uno spot vivente per il gioco, l’uomo che tutti noi vorremmo essere.

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(pubblicato su Il Giornale del Popolo di venerdì 19 giugno 2015)

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Stefano Olivari

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Nato a Milano nel 1967, laureato alla Bocconi, dall'inizio degli anni Novanta si occupa di sport, economia e cultura pop. Come giornalista professionista ha lavorato per la Voce, Repubblica, Tuttosport, Mediaset, Tre, Ansa, Calciatori.com, Radio Rai, Guerin Sportivo, il Giornale ma soprattutto Indiscreto di cui è direttore ed editore. Ha scritto otto libri e ne ha curati altri trenta. La sua vita: animali, sport, economia, Milano, Italia, anni Ottanta.

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